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Iperattivazione e Dissociazione: le reazioni al trauma.

May 2, 2017

 

 

 

 

È ormai ben noto che le precoci esperienze con figure di accudimento traumatizzanti hanno un impatto negativo sulla sicurezza dell'attaccamento del bambino verso sua madre, sulle sue strategie di gestione dello stress e sul suo senso di sé (Schore, 2003).

Gli studi neurobiologici sui traumi relazionali che si verificano nel corso dello sviluppo, indicano che le risposte psicobiologiche del bambino a questo tipo di esperienze sono composte da una rapida transizione fra due modalità difensive distinte: l'iperattivazione e la dissociazione (Perry, 1995).

 

Durante la prima fase della minaccia si innesca una reazione di allarme, mediata dall'iperattivazione delle componenti simpatiche del sistema nervoso autonomo. Ciò determina un aumento della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa, della respirazione e la tensione viene espressa dalle urla e dal pianto.

Questo stato di “terrore-paura” produce l'aumento del così detto ormone dello stress, il fattore di rilascio delle corticotropine, che a sua volta regola l'attività dell'adrenalina e della noradrenalina.

L'angoscia così espressa ha la funzione di comunicare il bisogno di una “regolazione interattiva” ovvero richiamare il contatto della mamma per modulare lo stato affettivo del piccolo.

Lachmann e Beebe (2002) hanno descritto chiaramente un episodio di iperattivazione tra una mamma e il suo bambino in cui la regolazione affettiva fallisce e l'angoscia si amplifica reciprocamente: “Ciascuno dei due alza la posta in gioco, man mano che il bambino raggiunge livelli di panico e finisce per vomitare (…) Anche in seguito agli evidenti segnali di tensione manifestati dal bambino, come il distogliere completamente il capo dall'interazione o inarcarsi allontanandosi o strillare, la madre persevera nella sua iperstimolazione” (Lachmann e Beebe, 2002 p.436).

 

La seconda risposta psicobiologica al trauma compare una volta superato lo shock iniziale e perdura nel tempo.

È la dissociazione, una reazione difensiva attraverso cui il bambino si distacca dal mondo esterno, provoca obnubilamento, condiscendenza e restrizione degli affetti. In altre parole la dissociazione porta al restringimento della coscienza fino alla sospensione della soggettività.

Descrivendo gli stati dissociativi, Schore dice che: “I bambini traumatizzati tendono a fissare il vuoto con lo sguardo assente. Questo stato di conservazione-ritiro, dominato dal sistema parasimpatico, avviene in quelle situazioni di tensione caratterizzate da disperazione e impotenza, durante le quali l'individuo si inibisce e si sforza con tutto se stesso di evitare l'attenzione per diventare invisibile” (Schore, 2003 p.181). Secondo l'autore la dissociazione è una fuga quando non è possibile nessun altra difesa, il bambino allora disinveste dagli stimoli del mondo esterno e si concentra unicamente sul suo mondo interno.

Da questo punto di vista la dissociazione rappresenta uno scollamento dall'ambiente interpersonale, producendo una frattura in ciò che Winnicott (1958) ha definito il “bisogno di percepire una continuità d'essere”.

 

Pur non usando mai il termine dissociazione, Kohut (1977) descrive due tipi di disintegrazione del Sé che sono a mio avviso equiparabili alle reazioni post-traumatiche sopra descritte.

La prima condizione è quella del “Sé frammentato” che si verifica quando lo stato emotivo del bambino non viene regolato adeguatamente da chi se ne prende cura. Il sistema del Sé si trova in uno stato di forte eccitazione, una condizione di dispendio energetico eccessivo vissuta soggettivamente come “panico organismico”.

La seconda condizione è quella del “Sé svuotato”, caratterizzata da ipoattivazione ed eccessiva conservazione energetica. Viene soggettivamente sperimentata come un'implosione del Sé, accompagnata da disperazione intensa e senso di impotenza.

 

Se la reazione precoce al trauma viene sperimentata come una “catastrofe psichica” (Bion, 1962), la dissociazione che segue rappresenta “la morte psichica” di cui parla Ferenczi (1932) e può avere un impatto negativo sul futuro sviluppo della personalità.

Fonagy e Target (1997), ad esempio, definendo la dissociazione come la rottura delle funzioni di monitoraggio e controllo della coscienza, hanno spiegato che: “l'interruzione della capacità di immaginarsi sentimenti e pensieri in se stessi e negli altri, che all'inizio ha una funzione difensiva fondamentale, diventa una risposta caratteristica in tutte le successive relazioni intime. Limita anche in maniera drammatica la capacità di elaborare le esperienze traumatiche successivamente nella vita, creando una forte vulnerabilità allo stress interpersonale” (Fonagy e Target, 1997 p.384).

 

Anche Kohut, parlando delle gravi conseguenze a lungo termine del “chiudersi fuori” dalle esperienze traumatiche, sottolinea che: “la madre può gettare le basi di un'inclinazione, che durerà poi tutta la vita, alla diffusione incontrollata di ansia o di altre emozioni; oppure la sua eccessiva risonanza empatica, costringendo il bambino a proteggersi da un'emozione troppo intensa e quindi traumatizzante, può indurre in lui un'organizzazione psichica impoverita: l'organizzazione psichica di una persona che in futuro sarà incapace di essere empatica, di vivere le esperienze umane, di essere, in sostanza, pienamente umana” (Kohut, 1984 p.114).

 

Secondo autori come Aron e Anderson (1998) o Bromberg (1995) la dissociazione può rappresentare l'ostacolo più potente all'efficacia del trattamento psicoterapeutico.

In questo senso la psicoanalisi dovrebbe aggiornare i propri modelli teorici, integrando il concetto di dissociazione nella clinica dei pazienti traumatizzati.

Bromberg (1995), ad esempio, ha ipotizzato che l'uso patologico della dissociazione possa plasmare profondamente la struttura di personalità fino a renderla patologica. Secondo l'autore alcuni gravi disturbi di personalità come il borderline, sono l'estrema conseguenza di un uso eccessivo della dissociazione, quale meccanismo di difesa proattivo contro l'eventuale ripetizione del trauma infantile.

 

Anche Frankel (2001), riprendendo le tesi di Ferenczi (1932), insiste sulla necessità di definire un modello terapeutico che consideri la dissociazione quale reazione specifica al trauma. Segnatamente, non solo come difesa in grado di svuotare la mente dalle esperienze traumatiche, ma soprattutto come: “mezzo per influenzare una realtà minacciosa” (Frankel, 2001 p.204).

Spiega Frankel che: “questo modello mette in chiaro il fatto che la dissociazione è qualcosa di più che separare in compartimenti stagni aree diverse dell'esperienza in maniera relativamente permanente: è un processo continuo di anticipazione e di evitamento di ciò che ci si attende come pericoloso nel «mondo reale» (…) Si tratta dunque di un processo che non riguarda semplicemente dei sentimenti disturbanti, ma che invece risponde alle circostanze presenti modulandosi sulla percezione di quanto viene inconsciamente comunicato” (ibidem, pp. 203-204).

 

Bibliografia

 

Aron, L. e Anderson, F.S. (1998). Il corpo nella prospettiva relazionale. La Biblioteca ASPPI, Bari (2004).

 

Bion, W.R. (1962). Apprendere dall'esperienza. Armando, Roma (1996).

 

Bromberg, P. (1995). Clinica del trauma e della dissociazione. Raffaello Cortina, Milano (2007).

 

Ferenczi, S. (1932). Confusione di lingue tra gli adulti e il bambino. Opere vol.4. Raffaello Cortina, Milano.

 

Fonagy, P. e Target, M. (1997). Attaccamento e funzione riflessiva. Raffaello Cortina, Milano (2001).

 

Frenkel, J. (2001). Identificazione reciproca con l'aggressore nella relazione analitica, in: La catastrofe e i suoi simboli, a cura di C. Bonomi e F. Borgogno. UTET Libreria, Torino.

 

Kohut, H. (1977). La guarigione del Sé. Bollati Boringhieri, Torino (1980).

 

Kohut, H. (1984). La cura psicoanalitica. Bollati Boringhieri, Torino (1986).

 

Lachmann, F. e Beebe, B. (2002). Infant Reserch e trattamento degli adulti. Raffaello Cortina, Milano (2003).

 

Perry, B.D. (1995). Childhood trauma, the neurobiology of adaptation, in: Infant Mental Health Journal, n.16 pp.271-91.

 

Schore, A.N. (2003). La regolazione degli affetti e la riparazione del Sé. Astrolabio, Roma (2008).

 

Winnicott, D. (1958). Dalla pediatria alla psicoanalisi. Martinelli, Firenze (1975).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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