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Tipi di Angoscia.

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Ascoltare i pazienti, relazionarsi a loro e partecipare emotivamente alle loro storie porta lo psicologo, dopo qualche tempo, a sentire il forte bisogno di orientarsi, di trovare punti di riferimento. Mettere ordine in quell'insieme di sensazioni e atmosfere che sottendono all'angoscia del paziente e che indubbiamente hanno un effetto sul vissuto di chi ascolta, non è certo cosa facile. Bion (1962) a tale proposito parlava di “terrore senza nome” proprio per definire quella condizione di sgomento in cui il pericolo non è chiaramente identificabile, nominabile.

 

Per questo motivo credo sia utile tracciare una mappa concettuale, sia pur in modo estremamente sintetico, che possa aiutare a comprendere questo tipo di sofferenza psichica e che diventi l'origine di una serie di pensieri che spero possano tornare utili a chi legge.

Voglio precisare che tale categorizzazione dei diversi tipi di angoscia è superficiale e deve necessariamente rimandare all'esperienza soggettiva, irrinunciabile e imprescindibile, in ogni tentativo di comprensione psicologica.

 

In accordo con la letteratura sull'argomento (Bleichmar, 1997, Gazzillo, 2012) propongo di suddividere i principali tipi di angoscia in sei categorie, vediamole in dettaglio.

 

Angosce depressive.

Si riferiscono alla soverchiante sensazione di pericolo che fa seguito alla perdita (reale o fantasticata) di una persona amata, sentita come protettrice e oggetto di un forte investimento affettivo.

In genere, il carattere fortemente depressivo è legato alla convinzione di essere stati la causa diretta di questa perdita o di aver danneggiato attivamente la capacità che questa persona aveva di sostenerci. La preoccupazione per la sofferenza inferta si traduce spesso in senso di colpa e si accompagna a un'auto-rappresentazione del soggetto come cattivo, aggressivo o indegno, indicando un potente deterioramento dell'autostima.

 

 

Angosce narcisistiche.

Il caso in cui la sensazione di perdita non riguardi un oggetto d'amore ma riguardi l'amore verso il proprio Sé, indica la presenza di angosce di tipo narcisistico. In queste condizioni di sofferenza psicologica prevalgono le preoccupazioni sulla valutazione di sé stessi: gli altri vengono percepiti come se fossero disposti lungo una scala comparativa di valore in cui il soggetto si considera sempre inferiore o in grave difetto.

Spesso i vissuti di svalutazione si accompagnano a intensi sentimenti di vergogna e umiliazione in cui prevale la fantasia che persone significative (reali o immaginarie) siano testimoni della propria inferiorità.

 

Angosce di frammentazione.

A volte chiamate anche angosce di disintegrazione, corrispondono ad alcuni sintomi tipici dei quadri clinici di dissociazione e depersonalizzazione, in cui la persona vive le proprie esperienze come se gli fossero estranee e sperimenta la sensazione di perdita dei confini del proprio Sé.

Questi vissuti, difficilmente comunicabili con il linguaggio convenzionale, sono collegate all'impressione di non avere più continuità nelle proprie azioni, nelle percezioni, nei sentimenti e nelle relazioni con gli altri. Le persone che riportano questo tipo di vissuti, comunicano confusamente allo psicoterapeuta di “andare in pezzi, crollare o sparire” riferendosi alla mancanza di coerenza e di unità rispetto alla loro esperienza.

Riporto di seguito alcune varianti:

 

  • Intense sensazioni di estraneità rispetto alla propria mente. Quando il funzionamento della propria mente, da spontaneo, diventa il centro dell'attenzione del soggetto, portandolo a difficoltà comunicative e all'impressione che la sua mente non risponda come dovrebbe.

 

  • Sentimenti di estraneità rispetto al proprio corpo. Quando il corpo del soggetto o alcune sue parti, come il volto, le mani o le braccia, sono sentite come elementi alieni, non appartenenti al soggetto stesso.

 

  • Sentimenti di estraneità rispetto alla propria identità. Quando viene meno la sensazione di rimanere la stessa persona nonostante il passare del tempo, nonostante i cambiamenti del corpo, nonostante l'invecchiamento. Frasi come “non mi sento più me stesso”, “è come se fossi cambiato” o “non mi riconosco”, identificano la sensazione di perdita di continuità temporale dell'identità.

 

Angosce persecutorie.

Si riferiscono alla paura irrazionale di essere attaccati, aggrediti o in qualche modo danneggiati, da persone cattive e sadiche, a volte riconoscibile, altre volte non identificabili.

Trovo interessante l'osservazione fatta a suo tempo da Bleichmar (1997) per cui le angosce persecutorie possono avere uno scopo difensivo rispetto ad altri tipi di angosce più soverchianti come quelle di frammentazione.

Nei vissuti di frammentazione è infatti impossibile identificare la causa che minaccia l'integrità mentale, la sofferenza è talmente forte che prevale la sensazione di impazzire (tipica delle fasi di esordio della schizofrenia).

Spostare il pericolo fuori dal copro, trovare un nemico esteriore, riporta a una sensazione di maggiore controllo sulla propria esperienza psicologica: il pericolo è l'altro esterno da noi e come tale può essere evitato, contrattaccato o in alcuni casi sedotto.

 

Angosce paranoidi.

Si riferiscono alla sensazione di mancanza di protezione rispetto a una catastrofe imminente. La visione paranoide può riguardare il modo che il soggetto ha di percepire il mondo e le persone, diventando un'organizzazione strutturante della sua personalità. Secondo Bleichmar (1997) ciò avviene tipicamente quando i genitori presentano al figlio un mondo fatto di pericoli e insidie, trasmettendogli una sorta di “codice di base” in cui le persone, gli oggetti o le situazioni sono sempre delle potenziali minacce. In questo modo l'individuo impara a codificare rigidamente il mondo esterno in funzione del proprio modo interno.

 

Angosce Confusionali.

Infine alcuni autori come Gazzillo (2012), Liotti e Farina (2011), propongono di considerare un ulteriore tipo di angoscia, quella confusionale, meno discussa in letteratura ma centrale nella clinica dei disturbi di personalità.

Questo tipo di sofferenza psicologica si associa alla difficoltà di distinguere i diversi stati del proprio sé rispetto a quelli di altre persone. È come se non ci fosse chiarezza su ciò che si prova, siano queste emozioni positive o negative, amorevoli o aggressive, eccitanti o non eccitanti, persiste invece la difficoltà a differenziare la propria esperienza affettiva da quella degli altri.

 

Per concludere, vorrei evidenziare come nella letteratura psicologica sull'argomento e in particolare nelle trattazioni psicoanalitiche, esista un interessante dato condiviso: la gravità e l'intensità dei diversi tipi di angoscia dipendono dalla fase evolutiva in cui si trova l'individuo quando le specifiche esperienze attivano il dolore psichico e le relative difese psicologiche per farvi fronte.

In psicoanalisi, ad esempio, si considera la psiche immatura del bambino, soprattutto in epoca pre-verbale, come particolarmente vulnerabile alle difficoltà di simbolizzazione e modulazione delle esperienze dolorose.

Per chi fosse interessato ad approfondire l'argomento, ho esposto in un mio precedente articolo (Dalla Regolazione Affettiva al Trauma Relazionale) l'importanza di una specifica classe di esperienze psichiche dolorose: i traumi relazionali. Questo tipo di vissuti portano a difficoltà croniche nella modulazione degli stati affettivi intensi: difficoltà particolarmente rilevabile nel passaggio da stati di angoscia a stati regolati.

 

Bibliografia.

 

Bion, W.R. (1962). Apprendere dall'esperienza. Armando, Roma (1972).

 

Bleichmar H. (1997). Psicoterapia Psicoanalitica. Astrolabio, Roma (2008).

 

Gazzillo , F. (2012). I sabotatori Interni. Raffaello Cortina, Milano.

 

Liotti, G. e Farina, B. (2011). Sviluppi traumatici. Raffaello Cortina, Milano.

 

 

 

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