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NARCISISMO e AUTOSTIMA. Percorsi di cura.

March 6, 2017

 

“Disteso a terra contempla le due stelle che sono i suoi occhi, e i capelli degni di Bacco, degni anche di Apollo...Quante volte non dà vani baci alla fonte ingannatrice! Quante volte non tuffa nell'acqua le braccia per gettarle attorno al collo che vede, ma nell'acqua non si afferra! Non sa che sia quel che vede, ma quel che vede lo infiamma, e proprio l'errore che gli inganna gli occhi glieli riempe di cupidigia.”

 

Ovido, Metamorfosi, III, 420 – 432. Traduzione di P. Bernardini Marzolla. Torino: Einaudi, 1979.

 

All'interno della clinica psicoanalitica, l'elemento distintivo del narcisismo è costituito dal sistema di significati che organizza la percezione del soggetto riguardo a pensieri, sentimenti, legami e attività.

Specificamente, per il paziente narcisista ogni cosa viene riportata su una scala di valori, ogni attività o persona viene vissuta in termini di valutazione sulla base di difetti e virtù. In questo modo il soggetto può considerarsi superiore o inferiore rispetto a modelli e ideali, vivendo così potenti alterazioni nei livelli di autostima. Questa componente emotiva costituisce un aspetto importante dell'organizzazione mentale ed è in grado di strutturare le fantasie (consce e inconsce) che organizzano la rappresentazione di sé e del mondo (McWilliams, 1999).

 

Mi pare interessante, al fine di progettare interventi terapeutici mirati, capire come i sistemi di significati con le relative scale di valutazione narcisistica siano influenzati dai livelli di autostima e come le sue modificazioni patologiche si articolino nelle diverse tipologie di narcisismo.

 

In questo senso, la letteratura psicoanalitica tende a distinguere due grandi categorie di patologie narcisistiche. Pur avendo in comune molte caratteristiche, quali la difficoltà cronica nell'instaurare relazioni significative con gli altri, patologie del Sé e alterazioni degli stati affettivi, queste categorie presentano quadri clinici piuttosto diversi.

La prima categoria è stata ampiamente studiata da Kernberg (1975) ed è caratterizzata da ipernarcisizzazione, ovvero quadri clinici in cui l'elevata autostima del soggetto è correlata a sentimenti di grandiosità e megalomania. Vi rientrano i casi in cui prevalgono il disprezzo verso gli altri, la mancanza di empatia, l'invidia, l'aggressività distruttiva e la difficoltà a dipendere dagli altri nonostante un continuo bisogno di ammirazione.

La seconda categoria è stata invece descritta da Khout (1971) ed è centrata sul deficit di narcisizzazione. In questi casi il soggetto è incapace di mantenere buoni livelli di autostima, ha un profondo senso di inferiorità, ha difficoltà a mantenere coeso il Sé e tende a dipendere da figure idealizzate con le quali tenta di fondersi.

 

Ora, seguendo il modello proposto da Bleichmar (1997), l'autostima può essere considerata come la risultante di un sistema dinamico composto da tre forze:

  • la valutazione del proprio sé

  • le ambizioni e ideali

  • la coscienza critica

Ogni grave squilibrio nel sistema di forze può dare origine a un sottotipo specifico di patologia narcisistica.

 

L'elevata autostima è associata ai casi di ipernarcisizzazione primaria in cui la valutazione del sé è stata fortemente influenzata da quei genitori che riversarono sul figlio il proprio sentimento di grandiosità ed eccezionalità. L'individuo, fin da piccolo, si identifica con la megalomania dei genitori e accoglie dentro di sé ideali elevati e mete ambiziose. Ogni qual volta il soggetto fallisce o non si dimostra all'altezza delle aspettative megalomaniche, vengono attivate forti punizioni da parte della propria coscienza critica.

 

L'altro caso in cui l'autostima diviene patologicamente elevata è la condizione di ipernarcisizzazione secondaria o compensatoria. In questi casi la valutazione grandiosa di sé viene attivata da traumi narcisistici e svolge una funzione difensiva. In questi casi il dolore e il senso di inferiorità derivanti dalla ferita narcisistica vengono compensati con l'ipervalutazione di sé e con l'arroganza. Le mete possono essere realistiche ma vengono raggiunte attaccando gli oggetti interni e le figure esterne, poiché la propria coscienza critica identifica gli altri come ostacoli all'affermazione del proprio sentimento di onnipotenza.

 

Infine, c'è il caso in cui l'autostima è patologicamente bassa come nelle condizioni di deficit narcisistico. Questi individui non hanno potuto costruire un'immagine di sé piena di valore e ogni possibile compensazione è sempre fallita. I motivi possono essere diversi, come ad esempio il crescere con genitori che non hanno rispecchiato gli aspetti positivi della personalità del figlio, identificazione con genitori svalutanti, pressione dell'ambiente sociale che ha etichettato il soggetto come inferiore, oppure condizioni fisiche e psicologiche particolari che lo hanno sempre fatto sentire inadeguato. In genere questi soggetti sono pieni di ostilità verso se stessi, hanno una coscienza critica molto severa e innalzano gli ideali e le mete in modo da sperimentare ripetutamente i fallimenti che confermano la loro inadeguatezza.

 

Ritengo che queste distinzioni categoriali, come del resto la comprensione delle problematiche inerenti all'autostima, siano fondamentali per progettare interventi psicoterapeutici efficaci. In questo senso il compito della psicoterapia non sarà quello di modificare solo gli aspetti narcisistici di personalità tipicamente disfunzionali, ma anche le strutture interne di regolazione dell'autostima che ne stanno alla base.

 

A questo proposito, in ambito psicoanalitico è opinione diffusa che i disturbi da ipernarcisizzazione, sia primaria che compensatoria, siano affrontabili attraverso l'uso delle interpretazioni cioè rendendo “conscio l'inconscio” (Rosenfeld 1964, Kernberg 2012).

Tale approccio si basa sull'idea che la grandiosità sia un tentativo difensivo di contrastare l'intollerabile accettazione della superiorità del rivale edipico o come rifiuto dell'inevitabile dipendenza dall'oggetto. Le interpretazioni quindi riguarderanno l'ostilità non accettata dalla coscienza, le aspettative grandiose e il carattere difensivo del narcisismo.

Secondo questa impostazione tecnica, il paziente dovrebbe raggiungere autonomamente queste conoscenze e l'attività del terapeuta dovrebbe limitarsi a rimuovere le resistenze alla loro accettazione (Strachey, 1934).

 

Diverso è il caso in cui il paziente presenti un deficit narcisitico, la patologia allora dipende dalla mancata soddisfazione di legittimi bisogni narcisistici (Khout, 1971). Il cuore della terapia sarà la comprensione empatica e la soddisfazione di queste necessità affettive, almeno fino a quando il paziente non sarà in grado di farsi carico delle funzioni di sostegno provvisoriamente svolte dal terapeuta.

Il consolidamento dell'autostima passerà attraverso l'empatia del terapeuta che restituirà al paziente una rappresentazione di sé come persona di valore, accettata e dotata di desideri legittimi.

 

Bibliografia

 

Bleichmar, H. (1997). Psicoterapia Psicoanalitica. Roma: Astrolabio (2008).

 

Kernberg, O. (1975). Sindromi marginali e narcisismo patologico. Torino: Boringhieri (1978).

 

Kernberg, O. (2012). Amore e aggressività. Roma: Giovanni Fioriti Editore (2013).

 

Khout, H. (1971). Narcisismo e analisi del Sé. Torino: Boringhieri (2006).

 

McWilliams, N. (1999). Il caso clinico. Milano: Raffaello Cortina (2002).

 

Rosenfeld, H. (1964). Sulla psicopatologia del narcisismo: un approccio clinico. Roma: Armando (1973).

 

Strachey, J. (1934). The nature of therapeutic action of psychoanalysis, in: International Journal of Psycho-Analysis, 15, pp. 127-59.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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