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Identità e disturbo borderline di personalità.

September 10, 2017

 

La condizione Borderline.

L'interesse psicologico, culturale e sociologico rispetto alle vicissitudini dell'identità individuale è divenuto oggi più che mai centrale. I rapidi cambiamenti del nostro mondo, incentrati sull'istantaneità a discapito della progettualità (Muscelli e Stanghelli, 2014), sembrano portare a una sorta di “mutazione antropologica” in cui la condizione della così detta diffusione dell'identità, tipica dei disturbi di personalità borderline, sta divenendo la matrice della comune esistenza umana.

 

In questi termini, la comprensione psicologica dell'identità individuale nella patologia borderline, diviene la metafora per comprendere il contesto sorvaindividuale, incentrato sull'imprevedibilità, sulla mancanza di fiducia e sull'assenza di sicurezza, caratteristico della società contemporanea (Beck, 1986).

 

Com'è noto l'esistenza dei pazienti borderline è completamente assorbita nel presente, non c'è integrazione con le esperienze del passato, non c'è anticipazione del futuro. La memoria è sentita come un corpo estraneo che intrude traumaticamente nel presente e il desiderio non può essere proiettato nel futuro ma resta sempre intrappolato nel “qui ed ora”, nell'immediatezza dell'esperienza.

 

L'identità delle persone che soffrono di questo disturbo manca di senso e coerenza, è instabile, cambia in modo imprevedibile, è “diffusa” usando il termine coniato da Erik Erikson negli anni cinquanta.

 

Come ci ricordano Muscelli e Stanghelli (2014) la vita delle persone con disturbo di personalità borderline: “è in molti casi una serie sconnessa di eventi fugaci, atemporali, in cui si passa da un momento presente al successivo, dilaniata dall'emergenza di desideri e impulsi che divampano e scompaiono nuovamente come meteore” (p. 258).

 

Secondo Kernberg (2012), le evidenze empiriche dimostrano che alcune predisposizioni temperamentali quali discontrollo emotivo e impulsività, se associate ad esperienze traumatiche occorse nelle prime fasi di sviluppo, hanno una significativa probabilità di portare allo sviluppo di un disturbo di personalità borderline. Ma precisa che solo la concomitante presenza di anomalie gravi dell'identità porta al consolidamento di questo disturbo.

 

Pertanto diviene fondamentale provare a individuare per grandi linee il discrimine tra “identità normale” e “identità patologica” per comprendere le alterazioni tipiche di questa condizione, e non solo.

 

La diffusione dell'identità.

 

Erik Erikson (1956) rese popolare il concetto di identità all'interno del movimento psicoanalitico e fu il primo a considerare le sue modificazioni quale caratteristica principale dei disturbi gravi della personalità.

 

Secondo Erikson le componenti principali dell'identità genericamente considerata “normale” sono:

  • senso di coerenza e di continuità del proprio Sé nel tempo;

  • capacità di investimento emotivo su se stessi e sugli altri;

  • riconoscimento dei valori principali del gruppo di appartenenza;

  • accettazione di una visione del mondo che dia senso alla vita;

  • riconoscimento della propria soggettività e del proprio ruolo sociale da parte degli altri significativi.

 

Nelle patologie gravi del carattere, secondo Erikson, tali caratteristiche sono confuse e instabili, ed è pertanto possibile parlare di “diffusione dell'identità”.

Questa condizione, caratterizzata dall'incapacità di autodefinirsi, si traduce in sensazioni di vuoto interiore e crisi emozionali, in particolar modo quando viene richiesto alla persona un certo grado di intimità o coinvolgimento sociale.

 

Secondo Erikson la mancanza di un'identità stabile e pienamente integrata porta all'incapacità di stabilire relazioni significative, poiché la condivisione con l'altro innesca paure di fusione e perdita dei confini del Sé.

Inoltre, la diffusione dell'identità distorce la prospettiva temporale, portando ad un costante senso di urgenza e ad un infinito rimandare la presa di decisioni.

 

Come possibili conseguenze della diffusione dell'identità, Erikson parla di isolamento affettivo, incapacità di lavorare con gli altri e la possibile scelta di un'identità “negativa”. Quest'ultimo caso si riferisce al rifiuto delle comuni norme sociali e all'identificazione con sottogruppi ribelli e oppositivi.

 

 

Nella concezione di Kernberg (2012) dei disturbi gravi della personalità, la diffusione dell'identità è la conseguenza dell'esposizione ad un determinato ambiente affettivo di vita, in altre parole: “rappresenta un consolidamento strutturale patologico del mondo (relazionale) interiorizzato” (p. 12).

 

Secondo l'autore la trascuratezza cronica e la grave caoticità all'interno della struttura familiare portano il bambino a rimanere fissato ad una fase dello sviluppo che precede l'integrazione di un'identità normale. Il mondo del piccolo rimarrebbe diviso tra esperienze persecutorie ed esperienze idealizzate, tale scissione proteggerebbe gli stati affettivi positivi dalla “contaminazione” di quelli negativi.

 

Da un punto di vista clinico, l'assenza di continuità dell'esperienza si traduce nella mancanza di:

  • integrazione del concetto di sé, che limita la capacità di ricordare il proprio passato, pensare al proprio presente e predire il proprio comportamento futuro;

  • integrazione della concezione degli altri, che interferisce con la capacità di valutazione realistica delle persone.

 

La società del "rischio" e identità patologica.

 

A questo punto penso sia interessante notare come il numero di giovani pazienti che si presentano a consulto lamentando sintomi variamente inquadrabili nell'organizzazione borderline di personalità sia in rapido aumento.

Un'ipotesi suggestiva ci porta ad attribuire agli impatti dell'attuale contesto sociale, fortemente instabile e imprevedibile, le distorsioni che si hanno sullo sviluppo dell'identità e, conseguentemente, sulla vulnerabilità ai disturbi di personalità.

 

Riprendendo la tesi proposta da Muscelli e Stanghelli (2014), l'immediatezza nelle relazioni interpersonali, i contatti umani per così dire “accelerati” dai moderni social network e la mancanza di una prospettiva lavorativa sicura, fanno parte dello scenario sociale: “che ha interiorizzato il rischio come realtà sospesa tra la sicurezza e la distruzione. Questo è uno scenario che sul piano collettivo riproduce il contesto individuale della persona borderline, che non ha certo interiorizzato né la fiducia né la sicurezza” (p. 261).

 

Altri ricercatori come Brüne, Ghiassi e Ribbert (2010), sono andati oltre e si sono chiesti se alcuni comportamenti borderline, come lo scarso investimento sulla cooperazione con gli altri e la mancanza di progettualità in relazione alla propria identità, abbiano una valenza adattiva rispetto all'attuale contesto sociale.

 

I risultati ottenuti, partendo da una prospettiva psicoevoluzionista, spiegherebbero come persone cresciute in un ambiente familiare caotico e conflittuale, con storie personali di mancato riconoscimento e di abuso, abbiano a disposizione maggiori strategie adattive (ovviamente inconsce) per far fronte ad un contesto sociale mutevole che pone il rischio come prerogativa esistenziale.

 

Dobbiamo quindi considerare come la metamorfosi socio-culturale stia gradualmente influenzando la psicopatologia individuale, riportando alla nostra attenzione il concetto di diffusione dell'identità, in quanto fattore di rischio per lo sviluppo delle patologie gravi della personalità.

 

Inoltre, dobbiamo essere consapevoli che certi comportamenti a rischio tipici dei disturbi borderline stanno assumendo, entro certi limiti, un significato adattivo. Basta pensare a chi, lontano dai valori della pazienza e della costanza, si trova perfettamente a proprio agio nel cambiare rapidamente lavoro e partner, dimostrando di essere al “passo con i tempi” in un ambiente sociale incentrato sull'istantaneità dei rapporti.

 

Il mio parere, in linea con quanto esplicitato da Muscelli e Stanghelli (2014), è che adattamento non equivale necessariamente a benessere, e che il conformismo porta spesso a derive psicopatologiche.

 

Come ci ricordano gli autori: “la condizione borderline e la sua matrice sociale, cioè la società postmoderna, non hanno nostalgia per il futuro né per il passato. Per entrambe, il tempo non è un dio un po' imbronciato che crea, bensì un mostro acefalo che distrugge (…) La cura della condizione borderline non è molto diversa da quella proposta per la nostra società: testimoniare ai nostri pazienti, e ai nostri figli, l'importanza della Storia e delle storie” (ibidem, p. 263).

 

Bibliografia.

 

Beck, U. (1986). La società del rischio. Carocci, Roma, 2000.

 

Brüne, M. Ghiassi, V. Ribbert , H. (2010). Does borderline personality disorder reflect the pathological extreme of an adaptive reproductive strategy?. In: Clinical Neuropsychiatry, 7, 1: 3-9.

 

Erikson, E.H. (1956). Problems of ego identity. In: Journal of the American Psychoanalytic Association, 4: 56-121.

 

Muscelli, C. e Stanghelli, G. (2014). La vulnerabilità ai tempi dell'istantaneità: il presente e la condizione borderline. In: Psicoterapia e Scienze Umane, 2014, XLVIII, 2: 245-266.

 

Kernberg, O.F. (2012). Amore e Aggressività. Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2013.

 

 

 

 

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