© 2019 Psicologo Firenze Dott. Cosimo Santi | via Venezia n.10, 50121, FIRENZE, tel. 347/2984292

Iscrizione Albo Psicologi della Toscana n. 4941 | P.Iva 06037280481 | C.F. SNTCSM79B03D612S

Tutti i diritti di Copyright sono Riservati

September 5, 2019

October 15, 2018

September 30, 2018

Please reload

Post recenti

La relazione che cura

January 18, 2017

1/2
Please reload

Post in evidenza

Il Trauma Relazionale

April 5, 2017

 Egon Schiele, 1909

 

 

Sono non poche le esperienze travolgenti che possono impedire di vivere nel presente e tra queste la preminenza spetta di certo al trauma.

Nell'individuo la memoria dell'esperienza traumatica si frantuma in parti diverse: suoni, immagini, emozioni e pensieri si slegano e irrompono in modo disorganizzato nella vita di tutti giorni. Per le persone traumatizzate, col passare del tempo, diventa sempre più difficile sentire e integrare le nuove esperienze, limitando così la possibilità di coinvolgersi in modo autentico nelle attività della vita quotidiana.

Secondo Van Der Kolk (2014) “i frammenti sensoriali del ricordo intrudono nel presente, dove vengono letteralmente rivissuti (…) finché non si risolve il trauma i movimenti difensivi e le risposte emotive continuano a essere rimessi in atto” (p.76).

Sappiamo oggi che la realtà del trauma è complessa e gli eventi traumatici sono diversi: possono essere episodi singoli o continuativi (trauma cumulativo), occorrere nell'infanzia, nell'adolescenza o in età adulta, accadere direttamente all'individuo o trasmettersi di generazione in generazione, riguardare eventi ambientali o relazionali.

 

La psicoanalisi si è da sempre occupata della potenza eziopatologica del trauma, in particolare di quello che oggi viene definito trauma relazionale, inscrivibile cioè all'interno di una relazione interpersonale significativa, soprattutto in riferimento ai periodi critici dello sviluppo. Ma nonostante la centralità di questo tema nel dibattito psicoanalitico il suo inquadramento clinico e teorico è da sempre stato oggetto di numerose controversie.

Inizialmente Freud (1896) pensava di aver scoperto la causa universale delle nevrosi nei traumi precoci di origine sessuale: “i traumi sessuali devono appartenere all'infanzia (…) il loro contenuto deve consistere in una effettiva irritazione dei genitali” (p. 308).

Ma ben presto gli abusi espliciti messi in luce da Freud lasciarono il posto a tipi di eventi ben più celati.

Nel 1897, con la nota affermazione “non credo più ai miei neurotica” (corrispondenza Freud-Fliess, p.297) Freud collocò la seduzione sessuale nella fantasia dei pazienti.

Da questo punto in poi, nella teoria freudiana, il trauma sarà indissolubilmente legato alle fantasie. La loro

potenzialità patologica risiederà, da una parte nel loro legame con potenti desideri sessuali che vengono frustrati dalla realtà, dall'altra nell'assenza di risorse psicologiche adatte a superare i conflitti emergenti ad esse legati.

 

Questa posizione rispetto al trauma ci porta a considerare un altro punto di vista, non meno illustre e storicamente rilevante, che ha fortemente influenzate le attuali concezioni psicoanalitiche sul trauma relazionale.

Sándor Ferenczi, amico e allievo di Freud, non abbandonò mai l'idea che le scene di abusi e trascuratezze raccontate dai suoi pazienti fossero reali. Anzi, rafforzò l'idea che la negligenza dei genitori nei confronti dei figli, il loro atteggiamento “privo di tatto”, fosse un vero e proprio attacco alla vita psichica del bambino, in grado di danneggiare le sue capacità comunicative interpersonali e costringerlo, da grande, a ricorrere a modalità difensive patologiche (Ferenczi, 1931; Cabré, 2016).

In particolare nei suoi ultimi lavori (1931, 1932, 1932a, 1934), Ferenczi si occupò degli effetti del trauma relazionale sottolineando il pericolo di “morte psichica” dovuta a un'eccessiva dissociazione (restrizione della coscienza e perdita della soggettività ) che accompagna l'azione esterna traumatica. “La conseguenza immediata del trauma è l'angoscia. Essa consiste in una sensazione di incapacità di adattarsi a una situazione di sofferenza (…) quando la sofferenza aumenta richiede una valvola di sfogo. Una tale possibilità è offerta dall'autodistruzione che, in quanto fattore che libera dall'angoscia è preferibile alla tacita sopportazione. Ciò che è più facile distruggere in noi stessi è la coscienza, la coesione dei prodotti psichici in un'unità“ (Ferenczi, 1934 p.102).

 

Riprendendo queste teorie, Haynal (2007) spiega che per Ferenczi l'elemento traumatico è in sostanza l'incomprensione degli adulti verso i bambini: “la non corrispondenza: vale a dire tutti quei momenti in cui il bambino non è compreso o non si sente compreso” (Haynal, 2007 p.54).

A questo proposito Ferenczi puntualizza che i bambini: “non vogliono né possono fare a meno della tenerezza, soprattutto di quella materna. Se ai bambini che attraversano la fase della tenerezza si impone più amore o un amore diverso da quello che desiderano, ciò può avere conseguenze altrettanto patologiche della privazione d'amore su cui fino a oggi si è quasi esclusivamente insistito” (Ferenczi, 1932 p.97).

 

Queste concezioni del trauma rappresentano anticipazioni di sorprendente attualità e si inseriscono nel dibattito psicoanalitico contemporaneo sul ruolo che ha l'ambiente emotivo nello sviluppo di varie psicopatologie.

 

A questo proposito Schore (2003), attraverso uno studio interdisciplinare volto ad analizzare gli apporti delle neuroscienze alla psicoanalisi, mostra come le ricerche attuali confermino le intuizioni ferencziane. L'autore puntualizza che la comunicazione affettiva tra l'adulto e il bambino possa innescare degli stati emotivi traumatici e duraturi, capaci di impedire la naturale integrazione tra affetti, cognizioni e comportamento. “Nel contesto del trauma relazionale, non solo la figura di accudimento impedisce la regolazione dello stato interno del bambino, ma impedisce ogni forma di riparazione interattiva dell'oggetto sé, abbandonando il bambino per lunghi periodi in uno stato psicobiologico intensamente disorganizzato, ingestibile con le sue strategie ancora immature“ (Schore, 2003, p.179).

 

Schore (2003) spiega che se la madre ha sofferto lei stessa di “traumi irrisolti” può accedere a stati dissociativi manifestando negligenza nelle funzioni di accudimento. In questo contesto, anche se madre e bambino si trovano vicini fisicamente, non c'è regolazione reciproca e si crea un vuoto tanto nella soggettività di entrambi che nelle comunicazioni del campo intersoggettivo, bloccando ogni forma di psicologia bipersonale.

Secondo Mollon (2001) la durata dell'intervallo di tempo in cui il bambino rimane in questo stato di profondo distacco è un fattore essenziale nella psicopatogenesi: “dal momento che le figure di accudimento che dovrebbero fornire empatia e consolazione non sono disponibili, il bambino deve ricorre a forme patologiche di fuga interna; se non sono presenti figure di accudimento affidabili e coerenti che possono fornire consolazione, il bambino traumatizzato non riesce a regolare i suoi stati mentali per ripristinare uno stato di equilibrio emotivo”.

 

In linea con questi dati, la psicoterapia psicoanalitica deve riconsiderare la centralità della dissociazione come reazione difensiva al trauma e il suo impatto negativo sullo sviluppo della personalità.

Su questa linea di pensiero autori come Bromberg (1995) hanno proposto che il concetto stesso di disturbo di personalità (borderline, schizoide, paranoide e narcisistica) possa essere ridefinito come l'esito negativo di un uso caotico della dissociazione, con la conseguenza di organizzare difensivamente la personalità contro la potenziale ripetizione del trauma.

Segnatamente, secondo Schore (2003), la psicoterapia con persone traumatizzate dovrà concentrarsi sull'identificazione degli affetti dissociati e non regolati, piuttosto che sull'analisi delle resistenze e dei contenuti rimossi. L'accento deve essere posto più sul processo e sulla comunicazione dei contenuti emotivi che sull'interpretazione dell'inconscio, con lo scopo di aiutare il paziente ad: “auto-organizzare un sistema del Sé capace di modulare in maniera efficace una gamma affettiva più ampia, di integrare le emozioni discrete in una varietà di stati motivazionali adattivi, di utilizzare gli affetti come segnali e di collegare stati comportamentali coerenti a contesti sociali appropriati” (Schore, 2003 p.371).

 

Bibliografia

 

Bromberg, P. (1995). Clinica del trauma e della dissociazione. Raffaello Cortina, Milano (2007).

 

Cabré, J.M. (2016). Autenticità e reciprocità. Franco Angeli, Milano.

 

Ferenczi, S. (1931). Analisi infantile con gli adulti. Opere vol.4. Raffaello Cortina, Milano.

 

Ferenczi, S. (1932). Confusione di lingue tra gli adulti e il bambino. Opere vol.4. Raffaello Cortina, Milano.

 

Ferenczi, S. (1932a). Diario clinico. Raffaello Cortina, Milano (1988).

 

Ferenczi, S. (1934). Riflessioni sul trauma. Opere vol.4. Raffaello Cortina, Milano.

 

Freud, S. (1896). Nuove osservazioni sulle neuropsicosi da difesa. Opere vol. 2. Boringhieri, Torino.

 

Freud, S., Fliess W. (1887-1904). Lettere a Wilhelm Fliess. Boringhieri, Torino.

 

Haynal, A.E. (2007). Uno psicoanalista fuori dall'ordinario. Centro Scientifico Editore, Torino.

 

Mollon, P. (2001). Liberare il Sé. Borla, Milano (2002).

 

Schore, A.N. (2003). La regolazione degli affetti e la riparazione del Sé. Astrolabio, Roma (2008).

 

Van Der Kolk, B. (2014). Il corpo accusa il colpo. Raffaello Cortina, Milano (2015).

 

 

 

 

 

 

Share on Facebook
Share on Twitter
Please reload

Seguici